Fino a qualche tempo fa, nei giorni che precedevano San Gennaro, era possibile vedere la famiglia Morlando prepararsi per la grande festa.
I preparativi cominciavano almeno una settimana prima del fatidico 19 settembre.
Il signor Armando, falegname da una vita, con due falangette mancanti – che per un falegname di una certa generazione erano quasi un attestato di servizio – cambiava persino modo di vestire.
Qualche giorno prima della festa tirava fuori i vestiti buoni, quelli della domenica, compreso un completo che gli aveva regalato anni prima un vicino di casa al quale, per usare le parole di Armando, «non entrava più manco con l’aiuto di San Gennaro».
Ma la vera tradizione della famiglia Morlando non riguardava San Gennaro.
Riguardava la tavola. Un tempo si pranzava dalla nonna. Poi dalla mamma. Poi erano arrivati i figli, le nuore, i generi e infine i nipoti.
La casa, naturalmente, era rimasta sempre della stessa grandezza: un vecchio basso in uno dei tanti vicoli dei Tribunali.
Quel tavolo era uno di quelli che sono quasi un marchio di fabbrica delle famiglie napoletane.
Non perché siano particolarmente belli. Anzi.
Ma perché rappresentano il trionfo dell’ingegno partenopeo applicato alla necessità.
Li abbiamo avuti un po’ tutti nelle nostre famiglie, nessuno escluso: assi aggiunte all’ultimo momento, prolunghe di provenienza incerta, pezzotti sotto i piedi per tenerli in equilibrio, incastri millimetrici tra mobili che nessuno avrebbe mai pensato di spostare e sedie recuperate da ogni stanza della casa.
E, come avviene in ogni famiglia e in ogni grande tavolata, per arrivare al proprio posto bisognava conoscere il percorso.
Una volta seduti, poi, conveniva non alzarsi più.
Eppure, nonostante lo spazio fosse così poco, il signor Armando metteva sempre a capotavola un posto in più.
Quindici coperti apparecchiati, ma quattordici persone a tavola. Una sedia rimaneva vuota.
Non era dedicata a qualche parente emigrato e non era nemmeno una delle tante scaramanzie che a Napoli riusciamo a inventare quando non troviamo una spiegazione migliore.
Era semplicemente un posto per chi passava di lì, davanti a quel basso dove il tavolo, per pochi centimetri, non consentiva neppure di chiudere completamente la porta.
Ed era un posto a tutti gli effetti: pane, posate, tovagliolo e persino il bicchiere buono.
La logica era semplice: se qualcuno fosse passato davanti al basso proprio all’ora di pranzo, un bicchiere di vino, un piatto caldo o un po’ dell’ottimo ragù che sua moglie Assunta preparava dalla mattina presto non glielo avrebbe negato nessuno.
E qualcuno, prima o poi, arrivava davvero.
Spesso si fermava il signor Arturo Brunetti, conosciuto da tutti come ’O Professore.
Professore lo era stato veramente. Aveva insegnato alle superiori per molti anni. Poi era rimasto vedovo, era diventato quasi completamente sordo e i figli vivevano lontano.
La domenica passava davanti alla porta dei Morlando con quella particolare abilità che hanno alcune persone sole: rallentare senza dare l’impressione di volersi fermare.
«Professò, ma addò jate?»
E il problema era risolto.
Altre volte arrivava la signora Maria, quasi novant’anni e ancora capace di attraversare il quartiere più velocemente di molti quarantenni.
Tutti la conoscevano come ’a Sartina, per il mestiere che aveva fatto per una vita e anche per quel fisico minuto che sembrava costruito apposta per passare negli spazi stretti.
Poi c’era Artù.
Artù era un ragazzo nigeriano arrivato in Italia con i genitori.
La domenica, per loro, non era necessariamente un giorno di festa. Spesso lavoravano entrambi per tutta la giornata.
E così qualche volta Artù rimaneva con i Morlando.
Fu proprio Artù, molti anni dopo, a raccontarmi questa storia.
Quel basso oggi non esiste più.
O meglio, esiste ancora, ma ha smesso di essere una casa. È diventato il deposito di una delle tante pizzerie sorte nella zona.
Del resto, probabilmente, quel basso i requisiti per essere considerato un’abitazione non li aveva mai avuti.
Aveva però avuto qualcosa che nessun certificato comunale avrebbe mai potuto attestare: aveva sempre avuto un posto libero.
Oggi Artù è adulto, è tornato nella suo paese, ha una moglie, dei figli e una casa sua.
La domenica mangiano insieme. E sulla loro tavola c’è sempre un coperto in più.
Pane, forchetta, coltello, tovagliolo e bicchiere.
Anche quando sanno perfettamente che non verrà nessuno.
E se chiedi ad Artù: «Perché apparecchi sempre per una persona che non c’è?»
Artù, con un magnifico accento napoletano, racconta la storia di un basso di Napoli, di un falegname con due dita segnate dal mestiere, di sua moglie Assunta e di una tavola così grande da non permettere quasi più di chiudere la porta.
Una storia che mi andava di raccontare proprio perché quel posto non era destinato a qualcuno in particolare.
Perché l’ospitalità è facile quando sai chi stai aspettando.
Quella vera comincia quando lasci un posto anche per chi non conosci.
E oggi, anche se quel basso non è più una casa e quel tavolo non c’è più, anche se non so che fine abbiano fatto quelle sedie raccattate nelle varie stanze, a pensarci bene da quel piccolo basso non è andato perduto proprio tutto.
Una di quelle sedie, in qualche modo, ha attraversato gli anni, il Mediterraneo e persino il colore della pelle.
Ed è arrivata sulla tavola di un’altra famiglia. Sempre con un posto in più.
Perché forse l’eredità più importante che possiamo lasciare a qualcuno non è un posto dove stare.
È insegnargli a lasciarne uno libero per gli altri.
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