La storia dei fratelli Capurro, gli ultimi pescatori di Mergellina

Mi fermo spesso nel pomeriggio ad osservare i pescatori di Mergellina mentre rientrano nel porto, riparando le loro reti dopo una giornata passata nelle acque del nostro golfo. Sul molo, incontro spesso Arturo, un uomo di circa 50 anni, che porta con sé i suoi due piccoli figli. Di domenica, li vedo lì mentre osservano i fratelli Capurro rientrare.

Proprio qui, alcuni anni fa, ho conosciuto i fratelli Capurro. Il più anziano, Rino, ha oggi quasi 80 anni ed è stato un pescatore sin da quando aveva appena cinque anni. Non è mai andato a scuola, come spesso ripete, ma ha imparato a contare da suo padre e suo nonno, anch’essi pescatori.

L’altro fratello, Ciro, è un po’ più giovane di Rino. Anche lui è stato pescatore sin dalla nascita, ma per necessità, ha imparato a leggere e scrivere quando aveva una ventina d’anni. Ciro è nato nel 1948, proprio nel periodo del dopoguerra, e ha iniziato a pescare come suo fratello Rino fin da bambino. La scuola era solo un sogno in quei tempi, con la fine della guerra, la povertà e la mancanza di lavoro che erano le vere priorità. Così, anno dopo anno, Rino e Ciro hanno lavorato al fianco prima del nonno e poi solo del padre nell’attività di pescatori, imparando i metodi, gli orari e le zone migliori.

Il pesce migliore, che finisce nei ristoranti più importanti di Napoli, è sempre stato pescato dai Capurro. Da loro ho appreso che il periodo migliore per pescare a Napoli è tra settembre e novembre, quando è possibile catturare le migliori lampughe, occhiate, sgombri, lecce stella e palamite. Sono nomi così strani che i due fratelli Capurro, con infinita pazienza, me li ricordano ogni volta che li accompagno a pescare.

Alcune volte esco con loro, presto al mattino, qualche ora prima dell’alba, dove è davvero uno spettacolo osservare Napoli dal mare. Con loro ho imparato le zone più ricche di pesci, come la secca di Mellena, la secca di Penta Palummo e le zone nei pressi di Miseno.

Ogni volta, durante le lunghe ore d’attesa, raccontano le loro innumerevoli storie. Qualche tempo fa, mi raccontarono quella del piccolo Arturo. Era all’inizio degli anni ’70, nel loro quartiere, un bambino di appena cinque anni di nome Arturo si ammalò gravemente di polmonite. Furono giorni difficili, tra medicine costose che la famiglia non poteva permettersi e frequenti visite in ospedale. Nel quartiere, nacque una forte solidarietà, e così anche i fratelli Capurro ogni sera portavano del pesce fresco al piccolo Arturo. Ogni sera preparavano una deliziosa zuppa di pesce capone o pesce settembrino, un pesce particolare, vorace ma ricco di nutrienti. Grazie a quella zuppa calda e nutriente, Arturo tornò in salute in breve tempo.

Di domenica, presto al mattino, incontro spesso Arturo con i suoi due figli. Lo ascolto mentre racconta la sua storia, e anche se i due piccoli non possono ancora capirlo, lo guardano con gli occhi spalancati, come se avessero già compreso quanto altruismo ci sia in questa città.

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Storie verosimili della città di Napoli n. 78: La storia dei fratelli Capurro, gli ultimi pescatori di Mergellina

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